Certosa Festival

Lirica

Prosa

Flamenco

Il dilemma del prigioniero
di David Edgar

Personaggi ed interpreti

Nikolai Shubkin Bruno Armando
Roman Litvinyenko Andrea Buscemi
Ton Rothman Renato Campese
Al Bek/Jan Ollson-Trask Francesco Gerardi
Patterson Davis Paolo Giommarelli
James Neil / Luo Wasserman Carlo Mondatori
Kelima Bejta Mascia Musy
Erik Trask / Yuri Vasilevich Petrovian Massimo Orsetti
Floss Weatherby Silvia Pagnin
Gina Ollson Maria Paiato
Emela/2° inserviente Marta Pettinari
Cameriere / 1° inserviente / Treveleyan / Zelim Zagajev Massimo Pinna
Hasim Majdani Sandro Querci

regia di Maurizio Panici
assistente alla regia Marzia G. Lea Pacella
scene Daniele Spisa
costumi Massimo Poli
musiche Germano Mazzocchetti
fondali digitali Carlo Fiorini e Daniele Spisa
video Vincenzo Tritta e David Dellomodarme
luci Riccardo Tonelli
scenografie realizzate dal laboratorio della Fondazione Teatro di Pisa
realizzazione dello spettacolo Associazione Multimedia Produzioni

LA TRAMA
1989, un' aula dell' Università della California. I partecipanti ad un seminario sulla soluzione pacifica dei conflitti sono impegnati nella simulazione di un negoziato di pace. Chiaramente affascinato dal parallelismo tra setting diplomatico e set teatrale, Edgard illustra alcuni dei giochi di ruolo di cui la diplomazia fa largo uso - tra questi, il noto "Dilemma del prigioniero"che dà il titolo alla pièce. La scena successiva ci catapulta in una situazione reale: lo scontro tra la Caucasia , un ex repubblica sovietica, e la Drozdania, un' enclave a maggioranza islamica che reclama a sua volta l' indipendenza. La fiction consente ad Edgar di fare riferimento a numerosi scenari di guerra contemporanei, dalla Palestina alla Cecenia, dalla Bosnia all' Irlanda dal Nord, dal Kosovo all' Afghanistan, mostrando come la logica semplice e asettica dei modelli teorici si scontri con la complessità delle cause dei conflitti e con la difficoltà di costruire un linguaggio comune della pace. Grazie alla mediazione di Gina Olsson, che ora lavora per il governo finlandese, alcuni delegati caucasici e drozdani accettano di partecipare ad un collloquio informale e segreto nel paese scandinavo.
I dialoghi di Edgar scandagliano con grande efficacia il sottotesto degli interessi reali che si cela sotto il linguaggio formalizzato della diplomazia e della politica internazionale, il divario tra ciò che una parte dice e  quella che l' altra "sente", i differenti significati che una parola assume a secondo di chi sene appropria.
Le stesse voragini dell' inespresso si aprono al di sotto dei rapporti personali, in particolare quello tra la mediatrice Gina e Kelima, la terrorista drozdana che vuole la pace. Il pubblico assiste col fiato sospeso al clima teso dei negoziati, agli sforzi per costruire un terreno d' intesa e al vanificarsi di questi sforzi davanti agli squilibri di potere, agli interessi economici - in primis quelli degli stessi mediatori - e ai fantasmi della Storia.
Esemplare la scena in Finlandia, dove l' accordo che potrà scongiurare lo scoppio di una sanguinosa guerra civile dipende letteralmente dalla sfumatura di una parola "rinunciare" alla violenza - un verbo che, dopo un difficile braccio di ferro, verrà sostituito con un sinonimo che non implichi una condanna dell' unica strategia politica a disposizione dei ribelli. Si tratta però di una soluzione che rimane subito impigliata nella complessa rete di  interessi interni ed esterni: l' accordo non viene ratificato, si giunge allo scontro aperto, si commettono crimini di guerra che rendono ancora più difficile ricostruire uno scenario di pace, specie se i colpevoli restano impuniti.
Quando, nel secondo atto, i due contendenti ritornano al tavolo negoziale, questa volta lo fanno su una portaerei americana e sotto la regia dello zio Sam. Qui, il progetto di uno stato democratico multietnico naufraga davanti alla più facile soluzione della scissione e della pulizia etnica. Mettendo in discussione il ruolo dell' Occidente in bilico tra il genuino desiderio di promuovere la pace ed il sostegno dei propri interessi politici ed economici, "Il dilemma del prigioniero" è un testo quanto mai attuale e "necessario" dopo gli avvenimenti dell' 11 settembre. Come dimostrano i consensi entusiastici ottenuti dallo spettacolo nella sua ripresa londinese, il pubblico è oggi pronto a prestare ascolto alla complessità del lavoro di Edgar, ad interrogarsi su questi pressanti dilemmi che sono ormai entrati di prepotenza a far parte della nostra vita.


Tratto da un articolo di giornale:
Spettatori fatti prigionieri in uno spettacolo dell' autore inglese Devid Edgar che stasera debutta per la prima volta in Italia alla LVIII Festa del Teatro di San Miniato (PI). Messo al centro dell' arena, con gli attori che gli recitano davanti e anche lateralmente, ciascun spettatore si sentirà come fatto prigioniero tanto da sentirsi coinvolto nelle vicende narrate così come il mondo è coinvolto dagli eventi bellici dei nostri giorni. Il titolo del dramma di Edgar, maggiore esponente del teatro politico inglese, è "Il dilemma del prigioniero", per la regia di Maurizio Panici. Lo spettacolo parte dal presupposto che la violenza, il terrorismo, la guerra, specialmente dopo l' 11 settembre, hanno fatto irruzione nella nostra vita quotidiana, improvvisamente e violentemente cogliendoci forse impreparati  e intenti ad altre cose. Il testo infatti abbonda di riferimenti ai conflitti odierni come Palestina, Irlanda del Nord, Bosnia, Afghanistan, Kosovo.